Rolando Stefanacci

Il Percorso Alchemico di Rolando Stefanacci

Rolando Stefanacci foto 1

M. K. Ghandi

…”la verità è come un grande albero,
più viene curato e più da frutti; e più si
scava nella miniera della verità, più vi
scoprono le ricche gemme che vi sono
sepolte”…
M. K. Ghandi

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Rolando 1

Rolando Stefanacci

Rolando Stefanacci è nato a Vernio (Prato) il 5 agosto 1931 ed ha abitato per molti anni nella villa “Il Gabbiano” nel comune di Vaiano. Nel 1993 si trasferisce a Monteverdi Marittimo nel Comune di Pisa e si stabilisce nella villa “Le Querciaiole” che trasforma in un grande parco-museo. Non lusingato dall’attività espositiva (che pure gli regala soddisfazioni e consensi) Stefanacci esegue per commissione nùmerose sculture e ceramiche per i comuni di Prato, Monghidoro, Agliana, Monteverdi e diverse altre città della Toscana, per la Germania e, recentemente, per l’Australia, con il progetto di unò grande fontana per una piazza di Sidney. Uno scultore che ha scelto la via alchemica per interpretare le sue opere, germinate dalla conoscenza di filosofie esoteriche e dei maestri di vita di tutto il mondo.

La scoperta della Pittura

L’amore per la ceramica

Una scelta di vita

Nella quiete di Monteverdi

La Metamorfosi

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La scoperta della Pittura

Rolando Stefanacci foto 2

Paesaggio

                 “Quando giungi alla conoscenza arriva la morte fisica”. Potrebbe sembrare una frase grossa e sottilmente presuntuosa. Rolando Stefanacci, artista pratese emigrato a Monteverdi sulle colline Pisane ai limiti del territorio della provincia di Livorno, così afferma con la convinzione di chi si è lasciato alle spalle la materialità per tuffarsi nella spiritualità.

Il discorso é chiaramente simbolico, per sottolineare come la sua ricerca, attraverso gli studi esoterici e l’alchimia, poi rapportati alle sculture degli ultimi venti anni, sia affidata ad alcune consapevolezze, emerse e poi esplose dalle conoscenze alchemiche, ermetico-cabalistiche e dalla lettura dei geroglifici egiziani, che lo pongono in una dimensione mentale che supera e quasi dimentica i canoni tradizionali della realtà per imporre un discorso strettamente personale, quello che lui stesso definisce “la sua realtà”.

Un preambolo che risulterà necessario nell’affrontare un’analisi, sia della sua vita che del suo lavoro d’artista, proprio perché il simbolo, l’essenza delle cose, costituiscono il fulcro della sua ricerca, vorremmo dire il suo

Rolando Stefanacci foto 3

Pensieri e Simboli

messaggio iniziatico. Quell’alchimia, che consiste nel trasformare in oro i metalli, ma che in sostanza equivale a trasformare l’uomo in puro spirito, e che rappresenta anche l’evoluzione umana da uno stato meramente materiale a uno spirituale. Ecco il nesso che lega con la ricerca di Stefanacci, spesso così ermetico, sia nell’esprimersi che nelle rappresentazioni delle sue opere, che talvolta sconcerta l’osservatore o l’interlocutore che desideri approfondire il suo messaggio e tenti di capirne i più reconditi significati.

E allora è necessario fermarsi e riflettere a lungo, specialmente sulle sculture di piccole e grandi dimensioni che hanno fatto e stanno facendo il giro del mondo, tutte permeate di pregnante spiritualità, e dove proprio il processo alchemico è il tramite del suo lavoro,

mai allegorico ma sempre simbolico (1). Una osservazione che non potrà mai essere superficiale perchè stimola a suscitare nel fruitore stesso dell’immagine -così come nell’analista- il desiderio di ritornare agli antichi splendori di virtù, conoscenza e saggezza.

Rolando Stefanacci foto 4

“Il nonno” (1985)

Una lunga anticipazione prima di ripercorrere il cammino di Stefanacci attraverso la crescita graduale del suo essere artista, forse consapevole di esserlo fino da bambino, quando aveva velleità pittoriche che sarebbero esplose più tardi in questo ragazzo nato il 5 agosto del 1931 a Vernio, un paese montano della Val di Bisenzio in provincia di Prato.

Rolando Stefanacci foto 5

Una veduta del cortile della villa “Il Gabbiano

Un luogo ricco di tradizioni storiche, dove Rolando -settimo di otto fratelli- carpiva i segreti della natura che locircondava con l’occhio sempre attento al materiale umano che sarà poi al centro del suo interesse, specialmente quando la sua affannosa ricerca si depurerà in qualche modo dal fatto estetico per privilegiare la sola interiorità e spiritualità attraverso una metodologia alchemica.

Rolando Stefanacci foto 6

Un’opera grafica simbolica del primo periodo

Già da giovanissimo, a scuola, amava ritrarre i volti dei compagni, dei familiari, che costituivano le sue prime scoperte e che forse a livello inconscio lo tentavano, proprio perché nell’osservarli era già portato più a indagare gli stati d’animo che non i contorni e i tratti somatici. Già, questa, una intuzione delle future ricerche. Nella sua mente infantile coltivava forse la speranza di fare il pittore da grande. Ma da qualche parte aveva letto “chi di pittura vive morirà all’ospizio”, così il desiderio di farsi la cosiddetta “posizione” in qualche modo prevalse, e il giovane Stefanacci si dedicò a lavorare e commerciare quel materiale che fino dal lontano anno 1000 aveva fatto la fortuna di Prato, quella lana che, lavorata in mille modi, fa il giro del mondo e rende Prato la Manchester della Toscana.

E per lunghi anni le esercitazioni pittoriche dell’adolescente furono accantonate.

Rolando Stefanacci foto 7

Ritratto di Mannini (1969)

Ma dalla collina del “Gabbiano”, uno sperone montano sopra La Briglia dove si era trasferito da Vernio, tornava prepotente il richiamo a quell’arte che era dentro di lui, che urgeva tanto da fargli riprendere in mano colori e pennelli. Erano passati molti anni, tuttavia quello che era stato un estro giovanile, non si era affievolito: agli inizi degli anni ‘60 aveva esposto per la prima volta alla galleria Giorgi di Firenze e c’era stato il primo riconoscimento al suo lavoro, per quei paesaggi toscani intrisi di malinconia e quei volti scavati dalla sofferenza, personaggi per lo più presi dalla strada e ritratti di costume, e dame magnetiche nello sguardo.
Stefanacci ammette di essere stato affascinato dai grandi maestri del passato, visitando nei musei francesi e svizzeri in particolare gli impressionisti, da Degas a Manet, da Renoir a Toulose Lautrec, fino ai grandi napoletani dell’800. Aveva captato in questi forti contrasti di macchia, un sottile valore simbolico e, sia pure con propria intuizione, lo aveva trasferito nei suoi lavori facendo scrivere a Cecilia Toschi, in un lucido articolo su “Eco d’Arte” dell’ottobre del ‘73, che “..un’eco di questo mondo figurativo permane in alcune opere del nostro artista, anche se rielaborata in un’emozione più omogenea e distesa, che lascia maggior spazio agli indugi cromatici e alle risonanze chiaroscurali..”; mentre altrove si sofferma sui “colori caldi che l’artista sa ricondurre al proprio discorso con sostenuto vigore, focalizzando con tocchi di luce il nucleo dell’opera, il contenuto che più gli sta a cuore…

Rolando Stefanacci foto 8

La Rinascita (1960)

C’è un aneddoto che sembra essere alla base della sua rinascita artistica dopo il periodo in cui si era buttato a capofitto nel lavoro: un giorno il figlio Franco riportò alcuni disegni da scuola e lui li criticò.
“Perchè, tu li faresti meglio?” fu la risposta del figlio. Fu così che ricominciò.

Dopo quella sua prima mostra, altre ne seguirono anche se Stefanacci non ha mai creduto alla notorietà attraverso la proposizione in pubblico. Peraltro -stimolato anche dagli amici e dagli estimatoriinviava qualche suo quadro ai premi di pittura (più per verifica che per altro) e nel ‘68 faceva centro in un concorso dedicato a Vittorio De Sica a Roma a cui avevano partecipato trecento pittori italiani, ottenendo il primo premio che gli fu consegnato nel corso della “notte degli oscar”. Meritò, per questo, la pubblicazione sulla rivista “Arte mercato”, mensile internazionale di arte contemporanea. Fu definito, nella motivazione, “il pittore della meditazione e del silenzio” e nei suoi paesaggi toscani si riconobbero “toni e contenuti profondi, vibranti come note musicali che danno la sensazione di un intimo linguaggio ritmico.”

Stefanacci quasi si schermisce quando gli si chiede di raccontare le tappe della sua vita, specie quelle iniziali, ormai lontane nella memoria e dalle attuali ricerche tutte tese ad obiettivi più concreti. Ma anche questo fa parte di una storia, di un percorso, anzi diremo che costituisce un po’ la base di una ricerca a tutto raggio qual’è stata quella di Stefanacci che ha sempre sofferto, ieri la pittura e la ceramica, oggi la scultura che nasce dai meandri della propria interiorità, sollecitata da profondi studi legati a quell’Arte Reale, cioè I’alchimia che altro non è che lo specchio naturale delle verità rivelate, o l’arte delle metamorfosi psichiche.
E’ un periodo quello a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70, di grande prolificità, anche se Stefanacci diserta le gallerie lavorando quasi esclusivamente per se stesso. Ma è un lavoro che non passa inosservato: i suoi “vecchi” dal volto scavato e nei quali sembra emergere la sofferenza di un’intera umanità filtrata attraverso la drammaticità degli sguardi -nell’indagare sulla condizione umana- sono segnalati dalla critica, e Stefanacci viene catalogato nel “Quadrato” dove Wilson Domma scrive tra l’altro che “nei suoi quadri si nota una variante necessaria ad aumentare l’emozione che serve a drammatizzare il soggetto per poi riproporlo su una nuova scala di valori più efficienti..”. Ed é anche un lavoro che prelude, con la sua plasticità, al naturale passaggio alla scultura, per intima predisposizione dello Stefanacci a plasmare la materia.

Ma intanto, già dalla fine degli anni ‘50, Stefanacci affronta profondi studi alchemico-filosofici frequentando maestri di ricerca in tutto il mondo:
questi studi, che in parte modificano il suo modo di pensare, si mescolano alla riconquistata ricerca artistica e incidono profondamente anche sui risultati formali e contenutistici, sia nel realizzare dipinti a olio (poi progressivamente abbandonati), sia la grafica, la ceramica, la muratura, fino alla scultura della pietra e del bronzo. E’ un sovvertimento di idee che gradualmente diventa totale: la componente esteriore, diciamo anche estetica, che comunque non ha mai rivestito per lui un ruolo predominante, si trasforma in significati simbolici rappresentati dal progressivo approfondimento nello studio di quell’alchimia che è una mistica “senza Dio” che si basa sulla conoscenza.

(1) “Un simbolismo autentico ha per condizione che quelle cose che si differenziano per tempo, spazio, Forma o altre circostanze, possano avere medesima essenza” (T Burckhardt)

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L’amore per la ceramica

Il Gabbiano

Il Gabbiano” primo
rifugio di Stefanacci

Al Gabbiano, la villa sulle colline vaianesi dove ora abit a il figlio, è invasa dalle ceramiche che Stefanacci ha “cotto” nel forno che ha costruito in giardino. E’ arrivato alla ceramica con passaggio graduale, per sperimentare le sue ricerche con altri materiali che gli offrissero la possibilità di esprimere le emozioni del proprio intimo, sostenendo, comunque, che “l’arte non crea emozioni ma risveglia quelle latenti in ognuno di noi”. Queste emozioni hanno poi trovato sostanza nei profondi studi ermetico-mistici, a cui si affianca la attrazione per le dottrine iniziatiche (di cui approfondisce rituali e significati che si ritrovano spesso nelle sue opere). I canoni tradizionali con cui normalmente ci si
esprime nell’arte, vengono così “sconvolti”.

I suoi punti di riferimento nella ricerca del vero sono Ermete Trismegisto, Eraclio, Filatete, e tutti coloro che hanno attraversato in pieno la via della sapiènza. E’ così immerso in questi studi che chiama il suo forno “AtharSor” (2) e si esprime spesso per enigmi. Come enigmi sono queste sue ceramiche, esaltate da colori smaglianti, dalle forme spesso dilatate ma che hanno sempre un loro senso nascosto tra le pieghe di un’idea, che emerge da reconditi significati che sembrano tratti dalla Tavola Smeraldina di Ermete-Thoth. (3)

Rolando Stefanacci foto 10

Stefanacci a Manghidoro per la scelta del luogo su cui apporre la sua ceramica.

“Il contenuto estetico di un’opera -afferma Stefanacci- può essere soggetto a giudizi e interpretazioni, ma il messaggio contenuto nel simbolo è indiscutibile perchè perfetto: lo si conosce o non lo si conosce”. Forte di questa convinzione Stefanacci perde di vista le rifiniture, i canoni proporzionali, per privilegiare i contenuti attraverso uno stringente simbolismo.

E’ già padrone della materia della nuova tecnica, tanto che Leonetto Tintori -uno dei più noti artisti nella tecnica del restauro, dell’affresco, e di cento altre cose, oltre che promotore e guida della scuola di Vainella a Figline di Prato dove si insegna a studenti di ogni paese- lo eleva al grado di consulente, gli affida incarichi e lavorai insieme a lui per alcune realizzazioni.

Stefanacci con Leonetto Tintori (al centro)

Stefanacci con Leonetto Tintori
(al centro)

Il giudizio di Tintori su questo artista che cerca di aprire la conoscenza delle sue opere con una chiave di lettura simbolica, è importante “perchè nelle sue opere egli elabora il proprio tormento di uomo e di artista, trasfigurando in simboli la realtà quotidiana, anche quella più semplice”. Così, oltre al suo laboratorio del “Gabbiano”, Stefanacci ne apre un altro nei locali del vecchio cinema di Figline, a due passi dalla scuola di Vainella. Lo terrà dall’87 al ‘93, fino a quando emigrerà verso altri lidi.

Leonetto Tintori ha già fama nazionale e quando deve eseguire un’opera pubblica nel comune di Monghidoro di Bologna, chiama Stefanacci ad aiutarlo: il primo realizza un’opera in ceramica raffigurante il paese; il secondo, nell’altezza di tre metri, l’immagine dell’uomo immerso nella natura con gli animali e la vegetazione. E lo stesso comune di Monghidoro gli affida poi la realizzazione di una grande ceramica che orni la facciata del Mausoleo degli Alpini.

L'opera realizzata per il comune di Monghidoro.

L’opera realizzata per il comune
di Monghidoro.

La ceramica raffigura l’ascesa sul monte di un gruppo di alpini che, con l’aiuto di muli, trasportano materiali di lavoro e di sostentamento. All’interno realizza un’altra ceramica con gli alpini che bevono attingendo il vino da una botte, celebrando il meritato riposo. E l’anno dopo, sempre insieme a Leonetto Tintori, adorna con ceramiche la piscina di lolo nella provincia di Prato. La permanenza a Figline lo porta a decorare con le sue ceramiche negli anni successivi, l’interno della Pubblica Assistenza, dove erige una ceramica raffigurante il Grande Padre che benedice una stretta di mano fra due uomini (che è poi il simbolo dell’associazione), con sotto un immagine di uomini che tirano carretti (le prime rudimentali ambulanze) circondati da una folla di persone accorse ad elogiare l’impegno dell’azione misericordiosa. Inoltre una ceramica posta nei locali della Misericordia, raffigurante il sacrificio partigiano (4), e infine, nelle scuole elementari del paese, una ceramica raffigurante un giovane dedito allo studio. Sull’abbrivio di questa attività, colloca nella sede dell’Avis di via Ciliani a Prato una ceramica che propone il cammino sportivo, oltre a varie ceramiche nella scuola di via Galilei a Prato.

L'istallazione della ceramica a Monghidoro

L’istallazione della ceramica
a Monghidoro

Stefanacci è schivo ad ogni forma di pubblicità ma le commesse gli arrivano lo stesso. Le prime opere veramente simboliche, che stimoleranno anche discussioni, sono quelle per il comune di Agliana in provincia di Pistoia. C’è da decorare la cappella del nuovo cimitero, e Stefanacci viene chiamato ad eseguirla (e lo farà come al solito disinteressatamente: “non ho donato quest’opera per una vana ricerca di gloria -afferma tra l’altro- bensì per lasciare una traccia, un messaggio a coloro che verranno dopo di me…”), oltre a lasciare altre sue opere nella sala comunale, sotto i loggiati all’esterno dell’istituto Tecnico del paese.

“La caduta del gallo”

Sfefanacci con il vice  sindaco Benelli a Figline

Sfefanacci con il vice
sindaco Benelli a Figline

La ceramica per la  Pubblica Assistenza di Figline

La ceramica per la
Pubblica Assistenza di Figline

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La cappella del cimitero di Agliana

La cappella del cimitero di Agliana

Viene definita un messaggio di speranza la grande ceramica della cappella, una decorazione che consiste nella serena visione della vita umana, dall’inizio alla fine. Ecco come la interpreta il professor Antonio Bagni, dopo un lungo colloquio con l’artista: “…Al centro del frontone della cappella, sul fondo rosso di mattoni, è posto un grande uovo, simbolo di ogni principio di vita; dalla cella bianca scoperchiata esce, neonato, l’uomo. Sulla parete destra dell’interno, slanciata, si erge Eva profondente numerosi esseri sulla Terra, con naturale prolificità. Di fronte a Eva, sulla parete sinistra, Abramo incede con passo reso sicuro dalla promessa di giustizia affidatagli. Dietro l’altare, sulla parete frontale, la vita al tramonto con l’ombra del legno sacrificale. Lo spirito dei defunti aleggia sulla valle aspirando alla ricongiunzione con l’universo luminoso. Sulla parete d’ingresso, il Pellicano, simbolo di amore e di sacrificio, conclude l’itinerario delle limpide tonalità degli smalti.

Così anche nel luogo deputato alla sofferente contemplazione della morte, Rolando ci parla di vita attraverso i simboli di una Natura purificata dall’amore, nel suo moto ascensionale verso lo spirito del Padre, che nel cielo della cappella vigila e attende”. Anche i ragazzi della scuola, in un articolo sul loro giornalino di classe dal titolo “Grazie Rolando”, si cimentano nella interpretazione di questi simboli che contengono comunque un messaggio indirizzato ai giovani.

Il particolare della ceramica di Stefanacci

Il particolare della ceramica
di Stefanacci

E ancora Tintori, nel tentativo di spiegare la vocazione artistica di Stefanacci, afferma che “l’artista placa nell’amore l’amarezza per l’infelice esistenza dell’uomo alla ricerca dell’arcana ragione della vita, in una tensione intesa a comprendere e comunicare. In semplice, elegante interpretazione plastica, trasfigura in simboli significativi ogni più semplice,quotidiana realtà. Illuminate da una luce rarefatta emergono le vive immagini scaturite dalla sua intensa, profonda riflessione”. E a chi chiede all’artista pratese quali gioie gli procura questo lavoro, questi risponde: “Creare opere artistiche mi facilita lo stacco dal piano materiale e il passaggio a quello astrale, alla animità”

Intanto nella sede comunale, in una ceramica di tre metri di altezza, realizza l’alta figura di un giovane, simbolo del comune di Agliana (giovane per la sua recente storia, anche se con origini rurali e medioevali) che nelle mani tiene una bilancia, la Giustizia, e una colomba, la Pace. Sotto il loggiato della scuola “Capitini” esegue un’opera dove è rappresentato un ragazzo con i piedi poggiati sullo calotta terrestre, all’interno della quale si possono leggere scene bibliche, della lotta fra Caino e Abele narrata nella Genesi e in altra parte scene che suggeriscono nel pubblico diverse interpretazioni.

Il restauro del Palazzo Verzoni-Bizzocchi

Il restauro del Palazzo Verzoni-Bizzocchi

Ecco, dunque, la profondità della ricerca di Stefanacci, che invita il pubblico a sciogliere gli enigmi che sono all’origine dei suoi studi filosofici ed esoterici.

La vicinanza con Leonetto Tintori lo porta anche ad eseguire alcune opere di restauro: la prima nel 1989 alla villa Azalee di Firenze dove il soffitto stava quasi cedendo: Stefanacci interviene con una importante opera di consolidamento e di restauro degli splendidi affreschi della volta. L’anno dopo è il Palazzo Verzoni Bizzocchi -sede dell’Unione Commercianti in via S.Trinita a Prato- a richiedere un suo intervento. Si tratta di un affresco allegorico attribuito al pittore protese Stefano Catani. Stefanacci lo sottopone ad operazioni di richiusura delle crette che si erano formate sulla superficie, eliminate attraverso “siringature” di cemento e preparati specifici per la conservazione. Ripristino poi la parte inferiore del dipinto, che già alla fine dell’800 si era staccata, quindi ritocco le figure e gli stucchi. Un restauro esemplare, per il quale Stefanacci ha utilizzato le tecniche di pittura di quel periodo, usando addirittura ottanta colori diversi.
Il suo nome ha già varcato i confini nazionali e infatti nel ‘92 gli giunge un incarico dalla Germania: gli viene richiesto di decorare con le sue ceramiche, all’interno e all’esterno, l’Hotel Lindervart di Erfurt, un lavoro che impegna Stefanacci per un lungo periodo. All’ingresso pone due ceramiche raffiguranti un’immagine femminile e una maschile, simbolo delle due polarità opposte, nella sala interna altre ceramiche raffiguranti la saggezza senile, una figura femminile che rimescola le acque, un vecchio che si regge sul proprio bastone (5) e infine un uomo impegnato nel lavoro con la Natura.

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L'intervento nell'Hotel Lindervat in Germania

L’intervento nell’Hotel Lindervat in Germania

Intanto Stefanacci nella sua villa del “Gabbiano” vive in simbiosi con le sue opere, che invadono l’interno e l’esterno: le fontane sono diventate sculture, nella geometria dell’orto e del giardino affiorano sassi lavorati che evocano figure arcane. Dopo la ceramica ha infatti incontrato la pietra e il bronzo, e su questo nuovo materiale lavorerà in seguito.

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La grande ceramica per la Misericordia di Figline

La grande ceramica per la Misericordia di Figline

“Il viandante” (ceramica)

Nuove tecniche espressive che cammineranno di pari passo con la ceramica, mescolandosi ad essa per formare un tutto omogeneo dove Stefanacci scatena la sua immaginazione, che non perde mai di vista i sottesi significati della sua profonda conoscenza delle filosofie occidentali, del Martinismo, degli studi cattolici, dell ‘esorcismo, degli incontri con i Lama Tibetani e con i Maestri di Conoscenza di vari paesi e la lettura dei geroglifici egiziani “che —afferma— hanno aperto le porte della mia interiorità”.

“Conosci, resta sconosciuto”: questa frase, incisa su una ceramica ad una parete della villa del “Gabbiano”, costituisce un avvertimento sulla riservatezza di Stefanacci, una riservatezza che dovrà aprirsi per forza per le successive scelte dell’artista, nel momento in cui deciderà di costituire una sorta di museo personale, che non gli consentirà più di nascondersi, o meglio di chiudersi in se stesso, in quel mondo dove esiste soltanto lui, di fronte ai misteri dell’infinito pronto a carpire i segnali che lo indirizzino sui sentieri della conoscenza.

NOTE
(2) Dall’arabo “At-taunur”, nome con cui gli alchimisti designano la fornace in cui preparano i loro elisir.
(3) Il tre volte potente Ermete che altri non è che il Dio Thoth degli egizi.
(4) Nei giorni antecedenti la liberazione della città dalle fruppe tedesche e fasciste, ventinove partigiani furono impiccati nella piccola frazione: la ceramica di Stefanacci ne vuole esaltare il ricordo.
(5) La figura del vecchio è ricorrente nelle sue opere scultoree: “Il modello di queste immagini -dice Stefanacci- é un vecchio che ho incontrato tanti anni fa sui monti della Calvana sopra a Prato, un essere sconfroso e selvaggio che a quell’epoca aveva olfre ottanta anni e che era vissuto in mezzo ai boschi. Mi avevano colpito il suo atteggiamento e il suo sguardo penefrante”

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Una scelta di vita

Stefanacci al lavoro

Stefanacci al lavoro

Il ‘93 è un anno importante nella vita di Stefanacci: è l’anno in cui l’artista prende una decisione destinata in qualche modo, a dare un corso diverso alla propria esistenza: l’abbandono totale delle cose materiali. Nel suo peregrinare alla ricerca anche di materiali che gli serva no per le sue sculture, scopre a Monteverdi, un paesino collinare di origine etrusca, una villa settecentesca immersa in un grande parco di piante d’alto fusto. E’ la villa delle “Querciaiole” a un chilometro di distanza da Monteverdi: Stefanacci l’acquista e lascia definitivamente Prato.

La Villa delle Querciolaie a Monteverdi

La Villa delle Querciolaie a Monteverdi

Il nuovo ambiente diventa fonte di ispirazione per il suo lavoro, sempre più indirizzato verso un’esasperata ricerca simbolica. L’ambiente gli è congeniale: Stefanacci vi costruisce un grande forno-laboratorio per cuocere le sue ceramiche, fondere il bronzo e scalpellare la pietra. La sua visione si allarga, spazia anche nell’ambiente che circonda la sua tenuta, specialmente un bosco di alberi secolari radicati su un terreno roccioso, ricco di pietre di ogni dimensione che vengono alla luce durante i lavori di sistemazione del bosco. Blocchi di alberese che gli serviranno poi per un duplice motivo: in primo luogo per riadattare e rifinire una serie di ruderi che hanno già preso forma, tramutandoli in eleganti villette di pietra, la cui architettura è stata progettata dallo stesso Stefanacci. L’idea, forse, è di trasformare il luogo in agriturismo, ma Stefanacci non vi ha ancora pensato preso come è a decorare con le sue ceramiche sia l’interno che l’esterno di questi locali dove si ritrovano archi e strutture che si basano su antichi principi edificativi.

“Il movimento della vita”

E poi, su grandi blocchi di alberese, ha posto le sue sculture monumentali, che si inseriscono nel sottobosco e nell’albereta segnando, con la loro presenza, un percorso artistico dove si ritrovano tutti gli elementi essenziali che costituiscono la ricerca di Stefanacci.
Una delle immagini particolarmente cara all’artista è quella del Padre e il Figlio: un pargoletto nel grembo del padre rivolto verso l’alto nel desiderio di raggiungerlo, Il padre ha il braccio sinistro che avvolge e contiene il figlio in segno di protezione, mentre nell’altra mano reca il bastone, simbolo della potenza. Per quanto riguarda i colori il figlio è nudo, spoglio di tutti i vizi e gli stati emozionali, reca soltanto una veste celeste a rappresentare la sua provenienza materna. Il padre è cinto da un manto color arancio, che rappresenta la piena spiritualità solare e la sua testa è bianca, a significare la purezza del pensiero.

Stefanacci davanti a

Stefanacci davanti a “la riconciliazione del figlio col padre”

Ecco, dunque, il proseguire del cammino iniziatico dell’artista, “travagliato” perennemente da un desiderio di esprimersi per simboli. E intanto nelle sue opere si ritrovano spesso le immagini della luna e del sole, a seconda si tratti rispettivamente di un messaggio di stato emozionale o di un messaggio di sintesi. Consapevole della facilità con cui si produce un’emozione, l’artista abbraccia questa realtà con grande mobilità nella scelta dei temi e dei mezzi: il materiale non è limitato né limitante poiché “colui che opera sulla sintesi -afferma Stefanacci- ha necessità di tutto, e l’esclusione di qualcosa renderebbe la sintesi apocrifa e incompleta”. Infatti, operare su tutta la materia rappresenta l’arricchimento di conoscenza.

“La vita lunare” (bronzo su albarese)

Il movimento costante della Natura nel gioco di forze pesanti e sottili degli elementi, ha costituito la stessa mobilità nella sua scelta di mezzi e di materiali. Così la bellezza dei colori dell’iride impressa dal pennello sul foglio di tela ha lasciato il posto all’altrettanta bellezza delle forme e dei colori nascosti nel cuore della pietra. E’ sorpredente, come si possano riprodurre con delle semplici righe nere impresse su una superficie bianca, quelle stesse forme presenti in natura se pur nascoste: l’artista cerca di osservare queste forme con attenzione e riportarle alla luce.

Dalla terra più comune, attraverso un’opera di plasmatura, si possono tirar fuori le figure di immagini presenti nel nostro animo attraverso l’unione ed associazione armonica dei quattro elementi dell’Acqua, dell’Aria, della Terra e del Fuoco. Il completamento di una ceramica, in Stefanacci, rappresenta la realizzazione di un percorso alchemico di trasformazione che ha inizio attraverso la scomposizione delle sostanze minerali della Terra, la plasmatura attraverso l’Acqua, l’essicazione attraverso l’Aria e il fissaggio dei colori per mezzo del Fuoco. “Nell’espressione artistica -avverte Stefanacci- è possibile avvalersi di qualunque mezzo necessario all’appagamento estetico; tuttavia è solo attraverso l’utilizzo della squadra, del compasso, del filo, a piombo e della cazzuola che si raggiunge la perfetta armonia di forza, di bellezza e di sintesi”. Aggiungendo che questi semplici arnesi racchiudono in sé le leggi che regolano tutto il piano della Natura ed è grazie alla conoscenza di queste leggi che i grandi maestri del passato sono riusciti ad ergere opere indissolubili e maestose ad insegnamento per tutte le generazioni di buona volontà che sono seguite. (6)

Una delle ultime opere è rappresentata da un antico simbolo sperduto e dimenticato in una bacheca dell’italia dei Sud (7), un simbolo delle dimensioni di pochi centimetri: sconosciuto a tutti. L’artista ha voluto riportarlo alla luce nelle dimensioni di due-tre metri, in bronzo, non con l’intenzione di riprodurre la sua forma, bensì il significato, che simboleggia l’ascesa dell’uomo dalla terra verso il cielo. Stefanacci l’ha titolato “L’alchimia degli elementi” e l’ha posto su un basamento in cemento e.pietra in uno degli angoli più suggestivi della porzione di parco davanti alla villa, posizionato in modo che il sole ne valorizzi i significati stessi: nella parte bassa si notano i quattro elementi (Aria, Acqua, Terra e Fuoco) scomposti fra loro: ciascuno contiene l’altro ma in maniera squilibrata. La luce centrale simboleggia la rettitudine, le braccia aperte simboleggiano l’uomo che comincia a liberarsi dalle passioni, osserva tutta la natura ed è finalmente in equilibrio con essa. Verso l’alto gli opposti scompaiono, trascende la dualità e l’uomo diviene puro (la purezza è simboleggiata dal cristallo centrale).

“L’alchimia degli elementi”

Il risveglio del simbolo ha portato un risveglia dell’artista stesso, auspicabile anche per coloro che saranno in grado di dare a questa opera una corretta interpretazione. “L’arte -dice Stefanacci- ha così assunto il nuovo significato di riportare a conoscenza dell’umanità le tracce e i messaggi che ci sono stati tramandati nei secoli dai nostri padri, allo scopo di guidarci nell’oscurità verso la luce, dagli lnferi verso il Cielo, dal profano verso il sacro

Nelle opere di Stefanacci vengono infatti rappresentate sia l’ascesa dell’uomo verso il divino, sia il movimento del piano terreno nella sua lotta di predominio dall’uno sull’altro, in un vortice caotico di creazione e distruzione.

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Pietra:

 In virtù della scelta mobile di mezzi e materiali, Stefanacci si è dedicato negli ultimi tempi alla creazione di fontane, a rappresentazione del movimento delle acque e della loro azione che vivifica e distrugge. Queste, presenti nei giardini e nelle piazze di alcuni paesi del mondo, rammentano costantemente la forza del rimescolamento delle acque limpide con quelle putride, nel ciclo continuo di rigenerazione e distruzione presenti in natura e in ogni forma vivente. “Contemplo, non penso più” si lascia sfuggire Stefanacci in un momento di distaccata contemplazione. E viene allora da pensare se Stefanacci sia riuscito a compiere il magistero simbolico interiore. Ma non è certo lui che dovrà darci questa risposta, bensì le sue opere che, se profondamente comprese, possono aprire ampi varchi alla Conoscenza.

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“La via alchemica”

Bronzo:

Bronzo: “Il dominio degli opposti

 NOTE
(6) Ecco, il ritorno prepotente alle dottrine iniziatiche che sono alla base della ricerca di Stefanacci, il quale ha sempre eseguito i suoi lavori, sia in ceramica che in bronzo o pietra, senza perdere mai di vista i profondi significati esoterici, nonché le metodologie alchemiche della ricerca stessa.
(7) Si tratta degli Scavi e Museo di Santa Restituta a Lacco Ameno dove sono presenti le varie culture avvicendatesi nell’isola d’Ischia. Il simbolo appariva in una bacheca quasi dimenticato e senza riferimenti precisi. E aveva attratto, per la sua con ftgurazione, l’interesse di Stefanacci.

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Nella quiete di Monteverdi

“L’amore per la giustizia del paese”

Quando Stefanacci ha scelto il paese di Monteverdi per i suoi “ozii creativi”, ha valutato le fonti di ispirazione che poteva porgergli questo ambiente, invaso in gran parte dai boschi e dalla macchia mediterranea e che si affaccia sulla pianura del Cornia dove ancora resistono tradizioni contadine e strutture tipiche del Medioevo. Un paese, cioè, a dimensione di vita e quindi ideale per farne il luogo delle proprie meditazioni. Stefanacci, soloapparentemente solitario, si inserisce nella vita del paese di adozione che lo accoglie e ne fa in un certo senso l’artista onorario di Monteverdi anche perché egli dimostra la sua disponibilità a lasciare tracce del suo lavoro nel tessuto urbano del luogo.

Veduta di Monteverdi.

Veduta di Monteverdi.

In un habitat che evoca ricordi antichi e propone alla vista del visitatore ruderi di grande suggestione, come la Badia di San Pietro in Palazzuolo sulle pendici di un poggio, o il ponte della Vecchia Miniera sul Riotorto, e nello stesso tempo mantiene un eccezionale equilibrio ecologico nei boschi popolati da ogni tipo di animale, dai cinghiali ai caprioli, ai mufloni, agli scoiattoli, ai tassi.

“Il sacrificio dell’Arma”

La prima scultura di Stefanacci viene collocata nei pressi della Caserma dei Carabinieri e riproduce, in bronzo su alberese, il “Sacrificio dell’Arma”, una grande figura che “contiene” i simboli della fedeltà e della giustizia.

E’ il primo approccio concreto tra l’artista e il luogo ormai deputato ad accogliere i suoi lavori con un’operazione voluta innanzitutto da lui stesso. Dalla sua generosità, ma anche dal desiderio di legare il proprio nome ad un ambiente storico, rurale, che ha tutte le caratteristiche per conservare i segnali della sua arte, strettamente legata alla natura e che dalla natura prende linfa, nell’ispirarsi ai significati simbolici che la percorrono in lungo e in largo e che danno senso compiuto all’opera.

Le lunghe ricognizioni negli anggli più suggestivi del paese, la presa di coscienza anche delle esigenze legate a fatti e avvenimenti della vita del paese stesso, giungono ad una proposta globale.

Poi il legame tra il comune e l’artista si concretizza con la donazione di numerose opere, già installate e da installare; donazione che viene accolta dal consiglio comunale. Stefanacci entra così di diritto nella storia del paese, incrementandone il patrimonio artistico e culturale. Non ci sarà praticamente angolo che non ospiterà i lavori artistici di Stefanacci, alcuni dei quali, per lo più

“Il nonno” (1985)

bassorilievi in ceramica, si trovano collocati nella sede del Palazzo Comunale, nelJa stanza del Sindaco, nella Sala Consiliare, sulle scale. Un grande bassorilievo raffigurante “L’Amore per la Giustizia del Paese” è posizionato all’esterno, all’entrata del paese, quasi a costituire un “segnale” di riferimento di quello che sarà poi un vero e proprio percorso artistico della sua opera.

Numerose altre opere andranno ad arricchire il paese: un monumento ai caduti da porsi nel centro storico, due fontane da collocare una nella piazzetta della torre, e l’altra nella “Vasca del Peso a Canneto; una lapide-monumento ai caduti, nell’area del cimitero comunale di Canneto. Per un castello di Canneto una scultura in bronzo su pietra da porre nell’interno e altri bassorilievi in ceramica per l’arco della porta di ingresso. Infine una commemorativa della inaugurazione della centrale geotermica dell’Enel.

Alcune ceramiche all'interno del Comune di Monteverdi.

Alcune ceramiche all’interno del Comune di Monteverdi.

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La Metamorfosi

Si chiama “Metamorfosi” una delle ultime sculture di Stefanacci, ed è l’emblema di un cambiamento radicale del suo lavoro giunto, ad una straordinaria quanto imprevedibile sintesi, con l’abbandono degli schemi classici e la scoperta dell’astrazione con i consueti strumenti simbolici: la squadra, il

“Pensieri”

compasso e il filo a pendolo. Stefanacci è giunto alla conoscenza per trasformare la materia: nella pietra serena, nel travertino e nell’alberese modella forme sferiche, tondeggianti, dove le immagini non sono più visive ma costituiscono un movimento di sintesi della materia.

Salendo lungo il viale di accesso alla villa, una lunga serie di sculture fiancheggia il lato destro, formando un ideale percorso che in un certo senso segna le tappe dell’evoluzione artistica di Stefanacci:
le piccole fontane in pietra con strani pesci bronzei, donne simboliche, figure di bronzo che si stagliano su fondi di pietra, volti sbozzati nell’alberese. Salendo verso il laboratorio, le prime sculture della nuova ricerca, di un bianco livido, levigatissime che evidenziano le tracce di un lungo lavoro di rifinitura tale da renderle di una straordinaria purezza, ma dove ancora “resistono” quei segnali simbolici a cui Stefanacci fa continuo riferimento.

Perché è, sì, cambiata la forma, ma rimane intatta la sostanza dell’idea; come nello “scontro degli opposti,” nella cui centralità si staglia l’occhio della divinità nel triangolo magico, accenno alle antiche dottrine filosofiche che sono le chiavi di lettura della sua ricerca.

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“Creatività””

Il suo lavoro si indirizza in una dimensione circolare, nella sfericità, con il ricordo che tutto nasce nella magia del cerchio, secondo le scienze degli iniziati. Una “Maternità” dalle linee ancora classiche, se pur accennate, dove la donna circonda con le braccia un bambino lunare; la “Donna con un seno solo” che dà vita al movimento, ma non si corrompe; un grande “Cuore sanguinante” che diviene simbolo dell’amore infranto.La produzione di Stefanacci in questo ultimo periodo è incredibile per quantità ed inventiva.

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La Rinascita (1960)

La Rinascita (1960)

Dalle sue mani nascono sculture, anche di grandi dimensioni, ispirate sempre e comunque alle idealità del suo percorso iniziatico, che si svela anche nei titoli: “Fatica di movimento”, “C reatività”, ed il richiamo alle forme primigenie della vita con “Il figlio legato alla madre”, “Formazione androgina”, “Embrione”, “La madre del mondo”, “Parto faticoso”. O una semplice “Maternità” scolpita nella pietra, dove l’idea, l’accenno della madre che stringe il bambino, è realizzata con pochissime curvature che definiscono l’immagine con strao4iinaria emozione. E altrove il richiamo ai malesseri della nostra esistenza: L’urlo della bestia”, “La bestia”; per giungere poi alla meditazione: “Pensieri o “Il vecchio che si rigenera”.
Ma intanto, riprendendo un filone creativo che in passato lo aveva portato a creare piccole fontane in pietra decorate con il bronzo, Stefanacci amplia il raggio di questa sua indagine, e si propone come vero e proprio costruttore di fontane da arredamento per ambienti particolari. Nascono così le fontane del “Cigno”, del “Delfino”, degli “Elementi” e della “Tartaruga”, opere che gli procureranno la commissione di una grande installazione per la piazza di un centro residenziale di Sidney in Australia, un’opera monumentale che rappresenta il quaternario, i quattro elementi che si contengono l’un l’altro in forma squilibrata.

“Marziana”

E il messaggio di Stefanacci varca l’oceano, per lasciare importanti tracce di sé in una nazione in continua crescita, che dimostra di apprezzare il lavoro di questo geniale scultore toscano, così tanto che un museo australiano sta trattando per la collocazione di alcune sue sculture in forma permanente.

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“L’alchimia degli elementi”

Meglio star svegli
per capire,
che dormire
per sognare…
Beato chi attraverso
la terra
si riconosce
figlio del cielo…
chi non si è spaventato
alle paure della vita
non può avere
timore di quelle
della morte…

Rolando Stefanacci

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Fatica in movimento

Fatica in movimento”

Nella geometria e nell’architettura del parco e del bosco, dove le opere di Stefanacci vivono come in un grande museo all’aperto, c e sempre un disegno mentale, simbolico, un tracciato ideale, che in sostanza è quello dell’uomo alla ricerca di verità assolute. Un uomo che riversa ora le sue inquietudini, ora i momenti di felicità, in queste sculture multiformi che nascono con incredibile ritmo, nonostante le difficoltà anche tecniche nel lavorare un materiale tenace, resistente alla mano dell’uomo. Eppure Stefanacci, e lo confida con estrema semplicità, sostiene di non sentire affatto la fatica fisica.

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“La fontana del cigno”

Probabilmente perché è sorretto e stimolato da quella sete di ricerca anche spirituale che assorbe tutti i suoi pensieri e lo fa vivere in uno stato di felice creatività. Il luogo che ha scelto per lavorare e meditare, affogato nelle colline a un passo dalla Maremma toscana, e l’ideale per agevolare la sua spiritualità. E’ un luogo di silenzio (ma “chi ha conoscenza -dice Stefanacci- non soffre la solitudine”) ed egli raggiunge la “sua” verità non con le parole, ma ascoltando proprio il silenzio. Le sue “massime”, sparse un po’ dappertutto in casa e nel laboratorio, indicano il carattere meditativo di Stefanacci che proprio attraverso la meditazione crea queste sculture che oggi sono completamente trasformate nella forma e nell’idea, aeree e lunari, germinate da una spinta di rinnovamento che comunque è soltanto frutto di un viaggio attraverso la propria anima.

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